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Vento dell’est, vento del sud

Articolo di Lanfranco Binni, pubblicato da «Il Ponte», anno LXXXI, n. 3, maggio-giugno 2025.

A Gaza, la Stalingrado della Palestina, continua l’eroica resistenza, armata e nonviolenta, attiva e passiva, dei palestinesi rinchiusi nel ghetto della Striscia; continuano i massacri dal cielo e sul terreno dello Stato ebraico erede del colonialismo occidentale. Resiste eroicamente il popolo palestinese di Gaza, ridotto alla fame, falcidiato dai bombardamenti e dai cecchini israeliani che mirano soprattutto alle donne e ai bambini (un criminale investimento produttivo, demografico), ai giornalisti gazawi e agli operatori umanitari internazionali, impiegando prigionieri palestinesi come scudi umani nelle operazioni di terra. La “macchina della menzogna” sionista e occidentale non riesce più a nascondere o mistificare il genocidio in corso. Lo Stato etnico e razzista di Israele reagisce al proprio crescente isolamento internazionale intensificando le sue aggressioni sui diversi fronti di guerra, da Gaza alla Cisgiordania, dal Libano alla Siria, dallo Yemen all’Iran, all’Iraq, aprendo nuove contraddizioni all’interno di Israele e compromettendo il disegno geopolitico israelo-statunitense degli “Accordi di Abramo” con i paesi arabi. In questo quadro, in movimento, svolge un ruolo sempre più attivo la Repubblica Popolare Cinese, come testimonia la recente dichiarazione politica del Ministro degli Affari Esteri, Wang Yi, 17 maggio 2025, «diffusa in tutte le lingue del mondo». La dichiarazione non ha fatto notizia nel cono d’ombra dei media della propaganda occidentale; la riproduciamo integralmente, condividendola:

DICHIARAZIONE DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE
SULLA QUESTIONE PALESTINESE

Compatrioti, membri della comunità internazionale e illustri rappresentanti delle nazioni del mondo:

A nome del governo della Repubblica Popolare Cinese, con profonda preoccupazione e con un incrollabile senso di responsabilità per la pace, la giustizia e il rispetto del diritto internazionale, oggi alziamo la nostra voce per esigere la cessazione immediata dell’invasione e dell’aggressione militare che attualmente Stati Uniti e Israele stanno perpetrando contro il popolo palestinese nella Striscia di Gaza. Questa catastrofe umanitaria ha raggiunto livelli inaccettabili e minaccia non solo la stabilità regionale, ma anche la coscienza morale dell’intera Umanità.

La Striscia di Gaza non è un territorio conteso né una terra senza identità. Gaza è parte inseparabile del territorio storico palestinese. Gaza non è merce di scambio per negoziati politici, né è un terreno di disputa dove possa imporsi la volontà del più forte attraverso la guerra. Ogni bomba che cade su Gaza è una ferita aperta nel corpo del diritto internazionale e un affronto a un popolo che ha subito decenni di occupazione, di esilio forzato e di violenza.

Dalla Cina osserviamo con crescente allarme come le forze militari israeliane, con il sostegno logistico e diplomatico degli Stati Uniti, proseguano una campagna militare sproporzionata e devastante. Centinaia di migliaia di vite civili sono messe in pericolo, intere famiglie cancellate dalla mappa, ospedali, scuole, rifugi e centri umanitari attaccati. Il popolo palestinese è intrappolato tra le macerie, il fuoco incrociato e l’abbandono internazionale.

Gaza è già devastata. Le sue strade sono macerie, i suoi bambini, orfani; le sue madri, sepolte; le sue case, cenere. La situazione è di una miseria indicibile. Non è possibile, né moralmente né giuridicamente accettabile, che la comunità internazionale resti impassibile di fronte a tale orrore. Per questo esigiamo la cessazione immediata e incondizionata delle operazioni militari israeliane e il loro ritiro da Gaza. Esigiamo inoltre che gli Stati Uniti, in quanto membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, abbandonino la loro politica di veto sistematico alle risoluzioni volte a fermare la violenza e proteggere il popolo palestinese.

La Cina ha sempre mantenuto una posizione ferma a favore dei diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese. Riconosciamo il loro diritto all’autodeterminazione, a uno Stato indipendente e al rispetto incondizionato della loro integrità territoriale. In questo senso, la Cina ribadisce la sua opposizione a qualsiasi piano o tentativo di trasferimento forzato della popolazione di Gaza. Espellere un popolo dalla propria terra non è una soluzione: è un crimine, e come tale non può essere tollerato né ignorato.

La pace in Medio Oriente non sarà possibile senza giustizia, e la giustizia può nascere solo dal riconoscimento dello Stato di Palestina, con piena sovranità, entro i confini del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale. Questa non è una posizione ideologica, ma un’esigenza sostenuta da numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, dalla coscienza globale e dalla stessa storia. Qualsiasi approccio che ignori questi principi è destinato al fallimento e a perpetuare la sofferenza di intere generazioni.

La Cina lancia un appello urgente alla comunità internazionale, in particolare alle grandi potenze, affinché non siano complici per omissione. È tempo di agire con coraggio morale, di chiedere responsabilità, di imporre sanzioni a coloro che violano il diritto internazionale umanitario, e di intraprendere azioni concrete per fermare il genocidio in corso a Gaza. Non bastano dichiarazioni vuote: serve pressione diplomatica, economica e politica. Ribadiamo inoltre la nostra disponibilità a collaborare con tutti gli attori internazionali nell’ambito di una conferenza internazionale di pace, fondata sui principi del multilateralismo, del rispetto reciproco e del dialogo inclusivo. Questa conferenza deve puntare a una soluzione politica giusta, duratura e ampiamente condivisa del conflitto israelo-palestinese. Ogni soluzione imposta unilateralmente, senza il coinvolgimento attivo dei palestinesi, sarà priva di legittimità e destinata al fallimento.

La guerra non può essere il linguaggio della diplomazia. Le armi non possono sostituire il diritto. La Cina condanna gli attacchi contro i civili, da qualunque parte provengano. Ma ammoniamo anche che non si può equiparare la resistenza legittima di un popolo oppresso all’uso massiccio della forza da parte di una potenza occupante. La simmetria nella narrazione non può nascondere l’asimmetria brutale dei fatti. Oggi, Gaza è l’epicentro di una tragedia umana, ma è anche lo specchio della volontà reale della comunità internazionale. O ci uniamo per fermare questo massacro, oppure diventiamo testimoni codardi di una pulizia etnica nel pieno del XXI secolo.

Come Cina, proponiamo immediatamente: primo, l’instaurazione di un cessate il fuoco immediato garantito da osservatori internazionali. Secondo, l’apertura di corridoi umanitari sotto supervisione ONU. Terzo, il riconoscimento ufficiale dello Stato di Palestina da parte di tutti i membri del Consiglio di Sicurezza. Quarto, la convocazione urgente di una conferenza internazionale di pace con tutti gli attori coinvolti. Quinto, il dispiegamento di una missione internazionale per la ricostruzione di Gaza, finanziata dalle principali economie mondiali.

Ai nostri amici in Israele diciamo: la strada verso la pace non risiede nella superiorità militare, ma nel riconoscimento dell’altro. Il futuro di Israele non può costruirsi sulle rovine di Gaza. Solo il rispetto reciproco, la coesistenza e il dialogo onesto possono garantire la pace. Agli Stati Uniti chiediamo di onorare i principi sui quali si sono fondati come nazione, di ascoltare non solo i loro alleati, ma anche i popoli. Di smettere di bloccare le iniziative multilaterali e di partecipare alla soluzione del conflitto sulla base della giustizia e non dell’egemonia.

Il tempo sta per scadere, ogni minuto di silenzio è un minuto in più di dolore, distruzione e ingiustizia. È ora di scegliere. È ora di agire. La pace della Palestina è un debito morale verso la storia, e la Cina non si fermerà finché questo debito non sarà saldato.

Europa, dall’Atlantico agli Urali

 

L’Europa è molto di più dell’Unione Europea, e i due termini non coincidono affatto, storicamente e culturalmente. L’idea progettuale originaria di un federalismo paritario europeo, nata dalle macerie della seconda guerra mondiale, si è presto corrotta in strumento atlantista della guerra fredda, accentuando questo suo carattere dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Oggi l’Unione Europa, con il riarmo tedesco in funzione anti-russa, è uno strumento servile della Nato a guida statunitense, in una fase di crisi conclamata del capitalismo finanziario occidentale. Sul fronte Est, la guerra in Ucraina contro la Federazione Russa è perduta, ed è bloccato il tentativo di espansione della Nato nei territori della ex Unione Sovietica; il processo è in corso, ma è evidente il fallimento della confusa e velleitaria strategia occidentale. Eppure un’altra Unione Europea era possibile, alla vigilia della caduta del muro di Berlino nel novembre 1989: il 6 luglio di quell’anno Michail Gorbaciov intervenne al Consiglio d’Europa con una proposta strategica da cui ripartire oggi per una nuova visione delle relazioni tra Stati dell’Ovest e dell’Est nel continente europeo.

Di quel discorso riportiamo, a presente memoria, l’apertura e le conclusioni, e alcuni frammenti intermedi.

 

MICHAIL GORBACIOV
APPELLO ALL’EUROPA: DALL’ATLANTICO AGLI URALI[1]

Illustre signor Presidente, signore e signori. Vi ringrazio per avermi invitato a tenere un discorso qui, in uno degli epicentri della politica europea e dell’idea di Europa. Possiamo senz’altro considerare questo incontro come un’ulteriore conferma del fatto che il processo paneuropeo è una realtà, e continua ad andare avanti.

Adesso che il XX secolo volge al termine, e che il dopoguerra e la «guerra fredda» vengono relegati nel passato, gli europei hanno effettivamente dinanzi a sé l’eccezionale opportunità di rivestire un ruolo degno del loro passato, del loro potenziale economico e spirituale, nella costruzione di un mondo nuovo.

La comunità mondiale oggi più che mai sta attraversando profondi mutamenti. Molte sue componenti si trovano a una svolta cruciale. Cambiano decisamente la base materiale della vita e i suoi parametri spirituali. Sorgono fattori di progresso nuovi e sempre più possenti. Ma nel contempo continuano a sussistere e addirittura a crescere i pericoli legati a questo stesso progresso. 

Non possiamo sottrarci alla necessità di fare tutto ciò che è alla portata della nostra ragione, perché l’uomo possa

anche in futuro adempiere il ruolo che gli è stato riservato su questa Terra, e forse nell’Universo. Perché egli possa adattarsi ai nuovi stress della vita contemporanea e vincere la lotta per la sopravvivenza delle generazioni presenti e future.

Ciò è vero per tutta l’umanità. Ma per l’Europa tre volte di più: sia nel senso della responsabilità storica, sia nel senso della gravità e dell’urgenza dei problemi e dei compiti, sia nel senso delle sue possibilità.

La peculiarità della situazione in Europa consiste anche nel fatto che il nostro continente può far fronte a tutto questo, può rispondere alle speranze dei propri popoli e assolvere il proprio dovere internazionale nella nuova fase della storia mondiale, solo riconoscendo la propria integrità e traendo da ciò le giuste conclusioni.

Negli anni Venti era molto in voga la teoria del «tramonto dell’Europa». Anche oggi qualcuno la pensa a questo modo. Noi non condividiamo tale pessimismo riguardo al futuro del continente.

L’Europa prima degli altri ha avvertito su di sé le conseguenze dell’internazionalizzazione della vita economica e poi dell'intera vita sociale. L’interdipendenza dei paesi, come fase più alta del processo di internazionalizzazione, si è fatta sentire prima qui che nelle altre parti del mondo.

L’Europa più di una volta ha provato su di sé tentativi di unificazione forzata. Ma essa conosce anche il nobile sogno di una spontanea comunità democratica dei popoli europei. Victor Hugo disse: «Verrà il giorno in cui tu, Francia, tu, Russia, tu, Italia, tu, Inghilterra, tu, Germania, voi tutte, tutte le nazioni del continente, senza perdere i vostri caratteri distintivi e la vostra straordinaria originalità, tutte vi unirete indissolubilmente in una comunità superiore e creerete la fratellanza europea … Verrà il giorno in cui unico campo di battaglia saranno i mercati aperti al commercio, e le menti aperte alle idee!».

Adesso non basta limitarsi alla semplice constatazione dell’identità delle sorti e dell’interdipendenza degli Stati europei. L’idea dell’unità europea deve essere ripensata collettivamente, in un processo di collaborazione creativa di tutte le nazioni: grandi, medie e piccole.

È realistico questo modo di porre il problema? So che in Occidente l’esistenza di due sistemi sociali è considerata da molti la difficoltà maggiore. Ma la difficoltà maggiore, invece, è un’altra: è la convinzione assai diffusa (se non la volontà politica) che il superamento della divisione dell’Europa significhi «superamento del socialismo». Ma questa è la linea della contrapposizione, se non peggio. Con tale approccio non si avrà mai nessuna unità europea.

L’appartenenza degli Stati dell’Europa a diversi sistemi sociali è una realtà. E il riconoscimento di questo dato storico, il rispetto del diritto sovrano di ciascun popolo di scegliere l’ordinamento sociale che desidera sono il presupposto più importante di un positivo processo europeo.

Gli ordinamenti sociali e politici di questo o quel paese sono cambiati in passato e possono cambiare anche in futuro. Tuttavia ciò riguarda esclusivamente gli stessi popoli, le loro scelte. Qualsiasi ingerenza negli affari interni, qualsiasi tentativo di limitare la sovranità degli Stati - sia amici che alleati, sia di qualunque altro genere - sono inammissibili.

Le differenze tra gli Stati non sono eliminabili. Esse, come abbiamo già avuto modo di rilevare, sono anzi salutari. Purché, naturalmente, la competizione tra i diversi tipi di società miri alla creazione di migliori condizioni materiali e spirituali di vita per gli uomini.

Grazie alla perestrojka, l'Urss potrà prendere parte attiva a questa competizione leale, equa e costruttiva. Nonostante tutti i difetti e i ritardi odierni, noi conosciamo bene gli aspetti positivi del nostro ordinamento sociale, che derivano dalle sue caratteristiche essenziali. E siamo certi che sapremo realizzarli per il nostro bene e per il bene dell’Europa.

È ora di archiviare i postulati della «guerra fredda», quando l’Europa era vista come un’arena di confronto, suddivisa in «sfere di influenza» e in «feudi» personali, come oggetto di contrapposizione militare: un teatro di operazioni belliche. Nel mondo interdipendente di oggi le idee geopolitiche, frutto di un’altra epoca, risultano altrettanto sterili nella politica reale, quanto le leggi della meccanica classica nella teoria dei quanti.

E invece proprio sulla base di stereotipi che hanno fatto il loro tempo, si continua a sospettare che l’Unione Sovietica abbia piani egemonici, che voglia staccare gli Usa dall’Europa. E qualcuno non sarebbe contrario neanche a collocare l’Urss fuori dell'Europa dall’Atlantico agli Urali, limitandone lo spazio «da Brest a Brest». L'Urss sarebbe troppo grande per la convivenza: gli altri forse non si sentirebbero a loro agio vicino ad essa. La realtà di oggi e le prospettive dell’immediato futuro sono chiare: l’Urss e gli Usa sono parte naturale della struttura politico-internazionale europea. E la loro partecipazione alla sua evoluzione non solo è giustificata, ma lo è anche storicamente. Nessun altro approccio è ammissibile. O perlomeno non porterà a niente.

Nel corso dei secoli l’Europa ha dato un contributo insostituibile alla politica mondiale, all’economia, alla cultura, allo sviluppo di tutta la civiltà. Il suo ruolo storico universale è riconosciuto e rispettato ovunque. Non dimentichiamo, tuttavia, che le metastasi della schiavitù coloniale si sono diffuse dall’Europa in tutto il mondo. Qui è nato il fascismo. Qui sono iniziate le guerre più devastanti. E l’Europa, che può andare legittimamente fiera delle proprie conquiste, ancora non si è affrancata dai suoi debiti verso l’umanità. Questo deve ancora farlo. E deve farlo perseguendo trasformazioni dei rapporti internazionali in uno spirito di umanitarismo, di parità dei diritti e di giustizia, dando l'esempio con la democrazia e le conquiste sociali.

Il processo di Helsinki ha già avviato questo grande lavoro di portata universale.

Vienna e Stoccolma lo hanno condotto a traguardi sostanzialmente nuovi. I documenti che vi sono stati approvati sono oggi la massima manifestazione della cultura politica e delle tradizioni morali dei popoli europei.

Adesso tutti noi, tutti i partecipanti al processo europeo, dobbiamo sfruttare al massimo i presupposti creati con il nostro lavoro comune. A ciò mira anche la nostra idea della casa comune europea.

Essa è nata dal riconoscimento di nuove realtà, dalla consapevolezza che il proseguimento lineare del cammino, lungo il quale si sono sviluppate le relazioni intereuropee fino all’ultimo quarto del XX secolo, non risponde più a tali realtà.

L’idea è legata alla nostra perestrojka dell’economia e della politica interna, perestrojka cui erano necessari nuovi rapporti soprattutto in quella parte del mondo a cui noi, Unione Sovietica, apparteniamo e alla quale siamo stati maggiormente legati nei secoli.

Abbiamo anche tenuto conto del fatto che il colossale peso degli armamenti e il clima di contrapposizione non solo intralciavano il normale sviluppo dell'Europa, ma nel contempo ostacolavano - sul piano economico, politico e psicologico - la piena partecipazione del nostro paese al processo europeo, introducendo elementi fortemente negativi nel nostro stesso sviluppo.

Ecco le ragioni che ci hanno condotto a rendere più attiva la nostra politica europea, che del resto ha avuto sempre per noi un enorme significato.

[…] Ci siamo seriamente messi all'opera per convertire l'industria bellica. Questo è un problema che in un modo o nell'altro tutti i paesi partecipanti al processo paneuropeo dovranno affrontare. Siamo disponibili allo scambio di opinioni e di esperienze.

Riteniamo inoltre che si possano utilizzare anche tutte le possibilità offerte dall’Onu: creare, ad esempio, nell’ambito della Commissione economica europea, un gruppo misto di lavoro che studi i problemi della riconversione.

Io vorrei dinanzi ai parlamentari europei, e quindi a tutta l’Europa, parlare ancora una volta delle nostre semplici e chiare posizioni sui problemi del disarmo. Esse sono il risultato della nuova mentalità e sono state sancite a nome di tutto il nostro popolo nella delibera del Congresso dei deputati del popolo dell’Urss:

siamo per un mondo denuclearizzato, per la liquidazione di ogni tipo di armi nucleari entro l’inizio del prossimo secolo;

siamo per la completa eliminazione degli armamenti chimici in tempi brevi e per la distruzione, una volta per sempre, della base produttiva di questo tipo di armi;

siamo per la radicale riduzione degli armamenti convenzionali e delle forze armate fino a un livello di ragionevole sufficienza difensiva, che escluda l’impiego della forza militare contro altri Stati a fini offensivi;

siamo per il completo ritiro di tutte le truppe straniere dal territorio degli altri paesi;

siamo categoricamente contrari alla creazione di qualsiasi tipo di arma spaziale;

siamo per lo scioglimento dei blocchi militari e per l’immediata instaurazione a tal fine di un dialogo politico tra di essi, per la creazione di un clima di fiducia, che escluda qualsiasi sorpresa;

siamo per un controllo approfondito, conseguente ed efficace su tutti i trattati e gli accordi che possono essere conclusi sui problemi del disarmo.

Sono fermamente convinto che gli europei avrebbero dovuto da tempo rendere conformi la propria politica e il proprio comportamento al nuovo buon senso: non prepararsi alla guerra, non minacciarsi reciprocamente, non competere nel perfezionare le armi e tanto meno nel tentare di «compensare» le riduzioni avviate, ma imparare a costruire insieme la pace, gettare per essa delle solide fondamenta.

Se la sicurezza è il fondamento della casa comune europea, la cooperazione multilaterale ne è la struttura portante.

[…] Veniamo al contenuto economico della casa comune europea. Consideriamo reale, anche se non prossima, la prospettiva di dar vita a una estesa zona economica dall’Atlantico agli Urali, caratterizzata da intensi rapporti tra le sue parti orientale e occidentale.

Il passaggio dell’Unione Sovietica a una economia più aperta ha, in questo senso, un significato di principio. E non solo per noi stessi: ma anche per aumentare l’efficienza dell’economia e soddisfare le esigenze dei consumatori. Ciò rafforzerà l’interdipendenza economica tra Est e Ovest e, di conseguenza, influirà favorevolmente su tutto il complesso dei rapporti paneuropei.

I tratti affini nel funzionamento concreto dei meccanismi economici, il rafforzamento dei legami e dell’interesse economico, l’adattamento reciproco, la formazione dei relativi specialisti, tutti questi sono fattori a lungo termine sulla linea della collaborazione, il pegno della stabilità del processo europeo e internazionale nel suo complesso.

[…] Signori e signore! Gli europei potranno rispondere alle sfide del secolo futuro solo unendo i loro sforzi.

Siamo convinti che essi abbiano bisogno di un’Europa pacifica e democratica, che conservi tutta la sua varietà e si attenga ai comuni ideali umanistici, di un’Europa prospera, che tenda la mano al resto del mondo, che marci sicura verso il domani. In questa Europa vediamo il nostro futuro.

La perestrojka, che si pone l’obiettivo di rinnovare in profondità la società sovietica, determina anche la nostra politica, volta a far progredire l’Europa in questa direzione. La perestrojka cambia il nostro paese, lo conduce verso il nuovo. Questo processo andrà avanti, si approfondirà, trasformando la società sovietica sotto tutti gli aspetti, in campo economico, nella sfera sociale, politica e intellettuale, in tutte le questioni interne e nei rapporti umani. Abbiamo imboccato questa via con fermezza e in modo irreversibile. Ne è una conferma la delibera del Congresso dei deputati del popolo sugli «Orientamenti principali della politica interna ed estera dell’Urss», un documento che nel nome del popolo ha sancito questa nostra scelta, questa nostra via della perestrojka.

Rivolgo la vostra attenzione su tale delibera, che ha un significato programmatico e rivoluzionario per le sorti del paese da voi stessi definito «superpotenza». In seguito alla sua attuazione, voi, i vostri governi, parlamenti e popoli, avrete ben presto a che fare con uno Stato socialista completamente diverso rispetto a quello di prima.

Ciò avrà un’influenza benefica, e non potrà non influire positivamente sull’intero processo mondiale.

Sappiamo bene come l’Unione Europea non rispose all’appello “paneuropeo” di Gorbaciov; eppure quella proposta del 1989, di possibili e necessarie nuove relazioni tra Est e Ovest nella costruzione di un processo multilaterale e paritario, ritrova la sua feconda attualità proprio oggi. L’espansione della Nato a est contro la Federazione Russa, la guerra in Ucraina che ha originato dal 2014 a oggi, la corsa al riarmo dell’Unione Europea contro la “minaccia russa”, il pericolo di una terza guerra mondiale, rendono indispensabile una radicale riprogettazione dell’assetto politico del continente europeo nella sua funzione storica, culturale e politica di “ponte” tra Occidente e Oriente; di questo assetto di nuovi Stati Uniti d’Europa non può non fare parte la Russia.

(Continua)

 

[1] Il testo integrale si trova in M. Gorbaciov, La casa comune europea, Milano, Mondadori, 1989.



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