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Il meno peggio è sempre il peggio

Editoriale di Lanfranco Binni e Marcello Rossi, pubblicato da «Il Ponte», anno LXXXII, n. 5, settembre-ottobre 2026.

«Durante la prima guerra mondiale fra i politici era di moda questa battuta: “La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai militari”. Oggi, constatando la mancanza di fantasia degli statisti, viene voglia di dire: “La politica è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai politici”». Così scriveva Carlo Cassola nelle pagine preveggenti, antimilitariste e internazionaliste, di Ultima frontiera (1975); questa la conclusione dell’efficacissimo pamphlet-manifesto: «L’uomo può salvarsi solo tornando ad essere ragionevole e animato dal desiderio di giovare ai propri simili. Era così che lo volevano gli illuministi, che lo volevano Marx e Bakunin, che lo volevano Lenin e Trotzkij. Se prevarranno in lui gl’istinti aggressivi, come volevano e vogliono i nazionalisti, allora, insieme con se stesso, annienterà le altre specie viventi». Era il 1975, all’ombra dei ricatti atomici della “deterrenza” e alla vigilia delle prime necessarie teorizzazioni di uno “sviluppo sostenibile” a fronte di uno “sviluppo” insostenibile del modo di produzione capitalistico. Erano gli anni dell’onda lunga dei movimenti di liberazione dal colonialismo e dall’imperialismo, delle esperienze rivoluzionarie in tutti i continenti.

Oggi in Occidente, rispetto a quella appassionante fase storica, viviamo in «tempi interessanti» da un punto di vista storico (così Slavoj Zizek ha definito i primi decenni del nuovo millennio) ma caratterizzati da drammatiche catastrofi “artificiali”, ambientali, economiche e sociali, determinate da cause profonde, eppure visibili e ben riconoscibili. Il capitalismo finanziario, estrattivo e predatorio (delle risorse del pianeta, dei popoli del Sud globale), a trazione statunitense e tedesca, è in guerra, putrida e ibrida, in tutti i continenti; la guerra contro la “casa comune” europea di cui fa parte anche la Russia, iniziata negli anni novanta del Novecento e sviluppata nel 2014 con il colpo di Stato in Ucraina, ha comunque ottenuto alcuni risultati importanti: il riarmo dell’Unione Europea con armi statunitensi e israeliane, lo spaccio di carburanti fossili statunitensi sui mercati mondiali, il consolidamento del fronte est dell’Europa sui confini della Russia. Non così bene è andata in Medio Oriente con l’aggressione statunitense-israeliana all’Iran. Ma i veri “affari” economici delle guerre attuali scatenate dall’Occidente sono procurati dall’apertura di “cantieri” che devono restare aperti a lungo. Con la stessa strategia bellicista lo Stato colonialista e razzista di Israele apre continuamente nuovi fronti di guerra, con il duplice obiettivo dell’eliminazione del popolo palestinese dalla sua terra e dello sviluppo del complesso militare-industriale. Fin qui il peggio. E il meno peggio? Sarebbe un capitalismo “temperato”, moderatamente predatorio?

Il caso dell’Italia è da manuale. Qui è nato il fascismo che nel Novecento ha impestato l’Europa, qui un fascismo culturalmente endemico è sopravvissuto alla sconfitta nel 1945, qui ottant’anni dopo ci ritroviamo al governo fascisti di ieri e di oggi, eredi dei repubblichini di Salò e degli stragisti degli anni settanta. Questa la “parabola della Repubblica”, puntualmente ricostruita da Luciano Canfora nel suo recente saggio omonimo (Sellerio, 2026). Il peggio? Un fallimentare governicolo maggioritario nel Parlamento per un imbroglio da democrazia formale, ma minoritario nel Paese, come ha dimostrato il Referendum sulla giustizia (contro la Costituzione del 1948) bocciato a marzo da una netta maggioranza di elettori attivi. Il meno peggio sarebbero le timide schermaglie procedurali di una ex-sinistra che si è fatta destra negli ultimi trent’anni e che è la principale responsabile, con il suo liberal-moderatismo e bellicismo, di questa situazione paradossale?

In tutta questa storia, in Italia e altrove, l’unica alternativa al “peggio” e al “meno peggio” è una radicale alternativa di sistema, per riportare al centro la questione del socialismo, fondata sul grande valore esistenziale e politico dell’egualitarismo. Massimo socialismo, massima libertà.

Insistiamo, oggi più che mai. Senza teoria, niente rivoluzione. Senza analisi critiche e proposte progettuali collettive, niente processi. Il «Ponte», da sempre impegnato su questi terreni, forte della sua lunga storia nata dal “liberalsocialismo” della cospirazione antifascista e dalla Resistenza, si propone come cantiere aperto di progettualità per un nuovo socialismo “con caratteristiche italiane”, come spazio di incontro e confronto di un’assemblea Costituente aperta, orizzontale e di rete, sociale, culturale e politica, per il socialismo. Per la progettazione, la sperimentazione e i collegamenti di pratiche di socialità, democrazia diretta e potere dal basso nei territori, a partire dai luoghi di lavoro, dalle scuole e dagli enti locali. Per un socialismo con caratteristiche italiane, federativo e inclusivo delle profonde differenze storiche e attuali di un paese policentrico e multiculturale da sempre, oggi più che mai. Su tutti gli aspetti della realtà italiana, nelle sue relazioni con il mondo. Per un socialismo radicalmente libertario e internazionalista, con un doppio sguardo: in verticale, alle concrete e quotidiane realtà di tutti, donne e uomini, giovani e vecchi, nativi e “stranieri”, e, in orizzontale, al pianeta. Con alta passione e alta visione, come ci ha insegnato Capitini. Con radicale semplicità. Mentre chiudiamo questo numero della rivista, in Francia si sta sviluppando un forte movimento di giovanissimi in difesa della scuola pubblica, coinvolgendo rapidamente vasti settori di società, e in Spagna un forte movimento per il diritto alla casa e molto altro, e in Brasile si vota per invertire la svolta a destra del continente latino-americano. In tutte le manifestazioni in corso, ovunque, sventolano bandiere palestinesi. Tempi davvero interessanti.



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