I primi trenta giorni della seconda amministrazione del circo Trump, il più grande spettacolo del mondo, stanno sconvolgendo l’Occidente a guida statunitense. Liquidata con furore la precedente amministrazione “liberaldemocratica”, restaurati i “valori” di uno spietato suprematismo bianco e di un totalitario capitalismo predatorio libero dai vincoli di un preteso diritto internazionale, riaffermando il primato dell’economia su qualunque politica, l’oligarchia finanziaria statunitense si fa Stato. L’interventismo trumpiano corre a imporre situazioni di fatto, di riassetto spregiudicato delle relazioni tra il suprematismo statunitense e un mondo da predare. La relazione fondamentale tra Occidente e Oriente è il primo banco di prova, a partire da due principali realtà di fatto: la disfatta della guerra per procura in Ucraina e la necessità di un negoziato con la Russia, la necessaria negoziazione con la forza crescente dell’egemonia internazionale, economica e politica, della Cina. Gli affari sono affari, e i profitti dell’economia di guerra sono marginali in una partita ben più ampia e potenzialmente più produttiva; sullo sfondo, il panico di una crisi climatica ingestibile che rende necessaria una corsa alle materie prime del pianeta. In questo quadro, le “terre rare” e il petrolio dell’Ucraina possono pareggiare i conti con la spesa militare statunitense per la fallimentare guerra alla Russia, e l’“eroe atlantista” Zelensky può togliersi di torno e chiedere asilo politico nella Francia bellicista di Macron. Quanto all’Europa, la difesa della Nato se la paghino gli europei, naturalmente da clienti del sistema militare statunitense-israeliano; e l’Unione europea paghi la ricostruzione dell’Ucraina, come sta facendo con il gas liquefatto statunitense in sostituzione del gas russo, procurandosi un’inflazione devastante che ha già messo in ginocchio la Germania e la Francia.
Grande è lo sconcerto delle oligarchie europee: l’incubo di una fine della loro storia. Le reazioni dei governi “atlantisti ed europeisti” (un ossimoro che si dimostra impraticabile) sono scomposte; l’Unione europea, il paradiso dei lobbisti di ogni genere di merci, ne esce a pezzi; la coazione a insistere sulla guerra alla Russia, magari attraverso un’illusoria difesa militare comune, non riesce a superare i limiti della propaganda e della menzogna storica, l’insostenibile equiparazione della Russia di oggi alla Germania nazista. I vassalli “atlantisti ed europeisti” non si sono accorti (non hanno voluto vedere) che la guerra in Ucraina è stata fondamentalmente una guerra statunitense all’Europa (e la Russia ne fa parte), per sfruttarne i mercati nella fase attuale dell’imperialismo finanziario.
Sull’imperialismo statunitense, l’apparenza non inganni. L’attuale inizio del negoziato tra Stati Uniti e Russia per una tregua e un nuovo assetto dell’Ucraina può avere percorsi imprevedibili, non necessariamente pacifici; è solo un inizio. In Medio Oriente invece non cambierà sostanzialmente la strategia statunitense “democratica” e “repubblicana” del supporto a Israele nel genocidio del popolo palestinese, per liquidarne la presenza a Gaza e in Cisgiordania; quella questione resta aperta nelle sue tradizionali forme militari, e saranno determinanti le strategie e le tattiche della Resistenza palestinese.
In Italia il governicolo “sovranista, europeista e atlantista”, erede del fascismo italico e del berlusconismo, maggioritario in Parlamento per i vantaggi del sistema elettorale e minoritario nel paese (i tre partiti della coalizione sono stati votati da un elettore su quattro), accentua il proprio arroccamento di cosca mafiosa, occupando a ripetizione i gangli istituzionali di un sistema politico in coma da molti decenni, estraneo ai bisogni drammatici e sempre più urgenti di un paese in crisi economica permanente e in declino demografico. La loro forza apparente, declinata nel solo linguaggio dell’“ordine pubblico” (controllo poliziesco e repressione) e del sistematico attacco alla Costituzione del 1948, al suo progetto politico inattuato, nato dalla Resistenza, e all’autonomia costituzionale dei corpi intermedi (dai sindacati alla magistratura, agli enti locali), usando le catene di comando per distruggere la sanità pubblica, la scuola pubblica, il mondo del lavoro e del non lavoro, i diritti sociali e civili, si fonda sulla cronica debolezza di un’opposizione parlamentare incapace di collegarsi ai vari settori sociali oggettivamente e soggettivamente interessati a un radicale cambiamento di sistema, culturale, politico ed economico, in un paese che ha una lunga tradizione di lotte sociali e politiche, di movimenti che continuano ad agire in profondità sulle questioni essenziali. Dobbiamo prepararci al peggio e al meglio, sviluppando una radicale opposizione sociale al governo, per disarticolarne le catene di comando e costruire concretamente esperienze e situazioni di pratica sociale alternativa, di autogoverno e autorganizzazione, di collegamenti e azioni comuni. Ma ci serve anche una teoria per orientare e costruire processi di reale cambiamento, culturale e politico, dal basso e trasversale all’intera società.
Un passo indietro, necessario
La dissoluzione dell’Unione Sovietica negli anni novanta del Novecento accelerò la corsa delle potenze occidentali del sedicente “mondo libero” all’accaparramento di quell’immenso mercato, di quegli immensi giacimenti di materie prime, finalmente disponibili: la fiera dell’Est, un potenziale bengodi del “libero mercato” occidentale e locale; liquidato il riformismo di Gorbaciov con il colpo di stato di Eltsin, si sviluppò a tappe forzate (affari, corruzione, formazione di una nuova classe dirigente oligarchica) la definitiva disgregazione dello Stato sovietico e la sua riorganizzazione su un modello di satrapia inserita nelle strategie finanziarie occidentali; un prodotto tipico di questa nuova fase è stato Putin, forte delle sue esperienze di gestione del potere in un paese di fortissima memoria sovietica (dalla rivoluzione leninista del 1917 alla “grande guerra patriottica”, agli anni della coesistenza pacifica e del sostegno ai movimenti di liberazione del “terzo mondo”), garante di stabilità e disinvolto interlocutore degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, fino all’emergere di nuovi conflitti economici e politici tra il rafforzamento e il protagonismo della nuova Russia e l’unipolarismo statunitense in varie aree del mondo. Intanto l’Unione Europea dal 2004 si ampliava ad est, dopo che la Nato aveva liquidato con le guerre jugoslave (1991-2001, nel 1999 il bombardamento di Belgrado) l’esperienza unitaria e interculturale della Repubblica socialista federale di Jugoslavia.
I passi successivi furono il consolidamento del fronte est dell’Unione Europea e la sua militarizzazione attraverso la Nato: un processo complesso e contraddittorio, non privo di contrasti d’interesse tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti, tra “atlantismo” ed “europeismo”, ma con un disegno strategico comune: l’accerchiamento politico-militare della Federazione russa e il contenimento del suo attivismo internazionale, concretamente pericoloso dopo l’intervento risolutivo in Siria. Nel 2014 si riaccese il fronte dell’est europeo, in Ucraina. Scrivemmo allora sul «Ponte»:
[…] Dalla disintegrazione della Jugoslavia lo schema è sempre quello: si finanzia un’opposizione “democratica”, si provoca la reazione dei governi istituiti, si sostengono i “ribelli” sul campo attraverso agenti coperti (della Cia, del Mossad, dei servizi europei), attraverso martellanti campagne mediatiche (televisioni, stampa, social media), e si gestiscono i processi successivi usando tutte le risorse dei “diritti umani”, del “diritto internazionale”, della “libertà”. Quanto sta accadendo in Ucraina è da manuale: la strategia dell'ampliamento a est della Nato e dell'Unione Europea, avviata negli anni novanta (dal 2006 i campi paramilitari in Polonia, di addestramento dell’opposizione “democratica” ucraina, reclutando neonazisti e criminali comuni) ha avuto una brusca, auspicata accelerazione con il rifiuto del governo legittimo ucraino di entrare nell’area d’influenza europea a condizioni capestro. La spirale manifestazioni di piazza-repressione è stata ulteriormente accelerata il 20 febbraio quando i cecchini della “libertà” hanno sparato sui manifestanti e sulla polizia. La reazione all’escalation è stata l’autodifesa della popolazione russofona da una prospettiva certa di pulizia etnica, il referendum, l’annessione della Crimea alla Federazione russa, l’annessione dell’Ucraina (per ora politica, ma il governo di Kiev è già partner della Nato) all’Unione Europea. Le poste in gioco principali sono due: l’estensione dell’area d’influenza americano-europea ai confini con la Federazione russa, le risorse energetiche dell’area (gas e gasdotti, petrolio), la prospettiva di aprire nuove linee commerciali europee al gas americano. Non finisce qui: l’accordo di associazione del governo “europeista” di Kiev, con la sua milizia nazionalista e neonazista, susciterà inevitabilmente le reazioni delle regioni russofone dell’est dell’Ucraina, che già si stanno mobilitando per seguire l’esempio della Crimea. Così come la Nato sta velocemente militarizzando i paesi baltici, Estonia, Lettonia e Lituania […][1].
Dopo il “cambio di regime” preparato e gestito dagli Stati Uniti a Kiev nel 2014, otto anni di guerra “a bassa intensità” nel Donbass, con continue aggressioni dei governi di Kiev agli indipendentisti di area russofona (14.000 morti), mentre i governi di Kiev, sistematicamente armati dalla Nato, acceleravano la configurazione legislativa di una nazione ucraina come avamposto nazionalista e guerriero dell’“occidente democratico” contro la Federazione russa: il divieto della lingua russa in tutto il territorio, l’inserimento nell’esercito regolare dei neonazisti del battaglione Azov, l’addestramento militare nelle esercitazioni Nato in Polonia, la messa al bando di undici organizzazioni politiche “filorusse”, sono stati i segni più evidenti del nuovo corso della politica ucraina, declinando in gergo atlantista ed europeista il tradizionale anticomunismo ucraino, anche a rimozione delle atroci complicità con il nazismo hitleriano durante la seconda guerra mondiale.
Con la precipitosa fuga degli Stati Uniti e della Nato dall’Afghanistan e l’apertura di nuove “sfide” unipolari (la Cina come nemico principale, i legami politici ed economici tra Russia e Cina, il mercato europeo da riprendere sotto controllo), l’amministrazione Biden, in sostanziale continuità con il suprematismo trumpiano (America first) anche per interne necessità elettorali, aprì un confronto diretto sul fronte est dell’Europa, alzando i vari livelli di “tensione” sui confini della Russia con ripetute esercitazioni Nato e rafforzando l’apparato militare dell’Ucraina. La risposta della Russia fu speculare, in un groviglio inestricabile tra “aggressori” e “aggrediti”.
L’Ucraina, una trappola per Putin? Sicuramente l’apertura nel cuore dell’Europa di una guerra conclamata e destinata a durare a lungo sconvolgendo ulteriormente il crescente disordine mondiale; e il pieno coinvolgimento dell’Europa in una spirale di guerra.
Questo, in Europa ed Eurasia. In altre aree del mondo, dove le guerre insistono da decenni con devastazioni spesso più gravi che oggi in Ucraina, le logiche di guerra e di armamenti si sono estese; alla Nato euro-atlantica si sono affiancate una Nato mediorientale (la “Nato araba” promossa da Stati uniti, Israele e Arabia saudita, in funzione anti-iraniana) e dal 2021 una Nato indo-pacifica, l’Aukus (Stati uniti, Gran Bretagna, Australia) in funzione anticinese. L’unipolarismo del “mondo libero” a guida statunitense ha dispiegato tutte le sue armi. Il “multilateralismo” promosso e sostenuto dalla Cina è il suo avversario tattico e strategico, la guerra fredda e calda è il suo strumento di relazione con la fase attuale del mondo, prigioniero di cambiamenti climatici fuori controllo, delle pandemie, della crisi economica e politica di un capitalismo malthusiano che distrugge e si autodistrugge, devastando popoli e l’intero pianeta. Le guerre per procura, come la guerra attuale contro la Russia, sono i corollari di questa strategia imperiale in un paese senza storia, fondato sul colonialismo di insediamento, sul capitalismo selvaggio e l’anticomunismo viscerale (meglio morti che rossi), con la costante delle guerre contro il nemico di turno, con qualsiasi pretesto. L’amministrazione Trump 2 segna, per ora, a un mese dal suo insediamento, una svolta tattica, se non strategica. L’abbandono del governo di Kiev al suo prevedibile destino, forse mitigato da improbabili cessioni di “terre rare” (peraltro in gran partre nei territori orientali occupati dalla Russia) e l’apertura di negoziati diretti tra Stati Uniti e Russia, e di nuove relazioni commerciali con la Cina, afferma il primato degli affari sulla politica. Non cambia, anzi si accentua, la natura predatoria del capitalismo finanziario statunitense; cambiano tuttavia le sue relazioni con il rafforzato asse strategico Cina-Russia e con l’Europa.
«L’Italia ripudia la guerra», il governo no
L’alternativa alla guerra è non fare la guerra. E la pace non è la semplice assenza di guerra, è abolizione delle sue cause. Mentre il sistema politico italiano da molti anni è in una fase di implosione della democrazia liberale, una fase di salutare isolamento del potere oligarchico, politico ed economico dai veri interessi della popolazione, la questione della guerra è strettamente legata alla questione del potere.
La «democrazia» è il potere di tutti, l’«oligarchia» è il potere di pochi. Il fallimento del neoliberismo porta via con sé il liberalismo, l’ideologia liberal-proprietaria che nell’Ottocento e nel Novecento, in Occidente, ha espresso gli interessi delle classi dominanti, a protezione dei rapporti di produzione e di proprietà, e che oggi resta l’ultima copertura di un capitalismo arcaico, malthusiano, in crisi. La democrazia come «potere di tutti», è un processo rivoluzionario di costruzione di esperienze di contropotere, dal basso, preparando le soggettività del cambiamento all’esercizio di un nuovo potere fondato su esperienze di democrazia diretta e delegata con controlli dal basso. Non si tratta di sostituire una classe dirigente «democratica» a una classe dirigente oligarchica, lasciando intatta l’organizzazione della società, i suoi attuali rapporti di produzione e di proprietà. Si tratta di rovesciare la piramide sociale, forti delle esperienze storiche dell’anarchismo, del socialismo e del comunismo critico, costruendo reti sociali di progettazione e azione politica in una prospettiva di «massimo socialismo e massima libertà», costruendo potere di resistenza, opposizione e insorgenza, per la liberazione del «potere di tutti». Per molti aspetti si tratta anche di riprendere percorsi interrotti e rimossi dalla sinistra di sistema, quella “sinistra” di cui Luigi Pintor aveva decretato la morte già negli anni novanta e che oggi fa spesso da ruota di scorta a un sistema politico ed economico irriformabile. Ma è questo il terreno fecondo di tante esperienze in corso da molti anni: dalle reti sociali sulle tematiche dei «beni comuni» e dell’ambientalismo sociale, alle esperienze di cooperazione tra associazionismo ed enti locali, alle reti di insegnanti e studenti impegnati nella difesa della scuola pubblica, al sindacalismo attivo nei luoghi di lavoro, alle pratiche interculturali e di accoglienza dei migranti, e il quadro, nelle sue positive diversità, è aperto e in divenire. La creazione di relazioni sociali di tipo nuovo, orizzontali e partendo dal basso, dalle periferie, dagli anti locali[2], fondate sulle persone attive come «centri» di un potere di tutti costruito nelle situazioni concrete, sulla conoscenza, la critica e l’informazione, sul controllo e la disarticolazione delle catene di comando oligarchiche, che libera potenzialità umane e prepara la libera autonomia di “tutti”, per una realtà che è comunque e sempre di tutti, per un socialismo di tipo nuovo, responsabile delle sue esperienze storiche e apertamente internazionalista,
Il Socialismo, almeno
Un caos apparente (e non è solo una questione di limitata visione antropocentrica) sta sconvolgendo il mondo. Cause, processi in corso e conseguenze di devastanti cambiamenti climatici, crisi economiche strutturali, strategie sanitarie e militari, malthusiane devastazioni sociali, sistemi politici corrotti a difesa di vecchie società oligarchiche, si intrecciano e confliggono in un caleidoscopio impazzito, sbarrato il futuro, negate sorti “magnifiche” e regredite. Saltano le dimensioni temporali e le “progressive” categorie politico-economiche-culturali di “modernità”, “sviluppo”, “crescita”, “speranza” in un capitalistico futuro migliore. Geopolitica e vita quotidiana dei “soggetti della Storia” (sudditi e ribelli) si intrecciano e si confondono in paesaggi drammatici e instabili, dominati dalla paura e dai condizionamenti di una lugubre sopravvivenza, in attesa di nuovi bombardamenti economici, di nuove catastrofi ambientali, di nuove pandemie, di vecchie guerre. Su questi temi, oggi brutalmente centrali, è necessaria una profonda cognizione del tragico: analisi puntuali e urgenti, senza concessioni a illusori inganni, tenacemente tese a trasformare la comprensione dei dati di realtà (in orizzontale nel mondo globale e in verticale nelle dinamiche biopolitiche) nella necessità di elaborare e sviluppare strategie
di radicali “rivolgimenti” e di processi teorico-pratici di liberazione per un nuovo socialismo. Come insegnò Brecht in Me-ti. Libro delle svolte, «Mi-en-leh indicava molte condizioni necessarie per il rivolgimento. Ma non conosceva momenti in cui non vi fosse da lavorare per esso». Brecht scrisse il suo «libretto in stile cinese, di regole di comportamento», durante l’esilio danese tra 1934 e 1937, negli anni di propagazione dell’infezione fascista e della peste nazista in Europa e di preparazione dei grandi
massacri della Seconda guerra mondiale. «Me-ti insegnava: I rivolgimenti avvengono nei vicoli ciechi». Qui siamo. È il vorticoso trionfo delle universali “divergenze parallele”, l’insostenibile coesistenza degli opposti in un tutto totalitario: unipolarismo e multilateralismo, atlantismo ed europeismo, ambientalismo ed estrattivismo, “transizione ecologica” e finanza “verde”, diritti umani e corsa agli armamenti e alle materie prime (con l’incubo che siano le ultime), stereotipi orientalisti e occidentalisti a non capire i mondi, pseudo-socialità e violenza antisociale, le moltitudini sommerse e i branchi sempre piú ristretti dei salvati, le virtú della “resilienza” come adattamento a condizioni di vita inaccettabili e la criminalizzazione della resistenza di classe e di specie. Sotto il caos apparente, le antiche strategie di potere di un ordocapitalismo estrattivo, le predazioni delle risorse naturali e delle vite delle moltitudini dei nuovi proletariati mondiali.
Oggi l’umanità è a un bivio: farsi distruggere dagli orrori di una storia che gronda sangue, oppure costruire – con alta visione e alta passione, come ci ha insegnato Aldo Capitini – realtà liberate dalla schiavitú economica, dall’isolamento dei sudditi, dai poteri oligarchici. Creare e organizzare società di tutti non è un’utopia, è una necessità. Ognuno si faccia centro di processi corali (relazionali, sociali, culturali e politici), ognuno sviluppi il proprio potere per un potere di tutti (ma proprio tutti, liberando tutti dai loro attuali ruoli sociali di vittime e carnefici), da costruire dal basso attraverso esperienze concrete di autonomia e autorganizzazione, sui temi urgenti del lavoro (negato e schiavizzato) e della radicale riconversione dei sistemi produttivi in una prospettiva di nuovo socialismo, erede della
grande tradizione internazionale delle esperienze e del pensiero critico del socialismo, del comunismo e dell’anarchismo; guardando al mondo nella sua globalità, dando centralità alla concreta complessità dei soggetti della storia, ricostruendo gli Stati corrotti dai poteri oligarchici attraverso pratiche di nuova socialità collettiva e di democrazia diretta e delegata con il controllo dal basso, creando, sperimentando e organizzando un’altra società, un’altra realtà liberata in cui tutto sia di tutti, e di tutti il potere.
I tempi sono oscuri? Certamente sono drammatici, ma la visione del dramma, la consapevolezza della sua natura e delle sue dinamiche, l’attenzione ai processi in corso (e tutto è processo) permettono di capire il contesto reale di quanto sta accadendo intorno a noi, vicino e lontano. E rendono necessarie radicali alternative di sistema, progettuali e di prassi sociale. Fuori dal cono d’ombra dell’Occidente in crisi, si stanno sviluppando processi radicalmente diversi, sulla linea del multilateralismo politico ed economico promosso e praticato dalla Repubblica popolare cinese e dai paesi Brics in Asia, Africa e America Latina; al centro, la grande esperienza storica e le politiche attuali del socialismo cinese “con caratteristiche cinesi” (dal prossimo numero della rivista pubblicheremo saggi e articoli dalle Università della Repubblica popolare cinese).
Una Costituente per il socialismo
Senza teoria, niente rivoluzione. Senza analisi critiche e proposte progettuali collettive, niente processi. Il «Ponte», da sempre impegnato su questi terreni, forte della sua lunga storia nata dal “liberalsocialismo” della cospirazione antifascista e dalla Resistenza, si propone oggi come cantiere aperto di progettualità per un nuovo socialismo “con caratteristiche italiane”, come spazio di incontro e confronto di un’assemblea Costituente aperta, orizzontale e di rete, sociale, culturale e politica, per il socialismo. Per la progettazione, la sperimentazione e i collegamenti di pratiche di socialità, democrazia diretta e potere dal basso nei territori, a partire dai luoghi di lavoro, dalle scuole e dagli enti locali. Per un socialismo con caratteristiche italiane, federativo e inclusivo delle profonde differenze storiche e attuali di un paese policentrico e multiculturale da sempre, oggi più che mai. Su tutti gli aspetti della realtà italiana, nelle sue relazioni con il mondo. Per un socialismo radicalmente libertario e apertamente internazionalista, con un doppio sguardo: in verticale, alle concrete e quotidiane realtà di tutti, donne e uomini, giovani e vecchi, nativi e “stranieri, e in orizzontale al pianeta. Con alta passione e alta visione, come ci ha insegnato Capitini.
(Continua)
[1] L. Binni, I cecchini della libertà, «Il Ponte», anno LXX, n. 4, aprile 2014, poi in Id., Rosso di sera. Scritti per «Il Ponte» 2011-2019, Firenze, Il Ponte Editore, 2019. Cfr. anche L. Binni, L’imbroglio ucraino, «Il Ponte», annoi LXXVIII, n. 2, marzo-aprile 2022.
[2] Cfr. M. Rossi, La Repubblica delle autonomie locali, l’utopia liberalsocialista, «Il Ponte», n. 6, novembre-dicembre 2023. Sul liberalsocialismo socialista, la sua storia e le sue attuali potenzialità di sviluppo, si veda anche il volume di L. Binni e M. Rossi, La libertà nel socialismo. Liberalsocialisti. Una controstoria. Firenze, Il Ponte Editore, pp. 520, 2022.